Il caso del bimbo di Napoli ricoverato al Monaldi dopo un trapianto di cuore risultato danneggiato entra in una fase definitiva e dolorosa. Il comitato di esperti convocato per valutare la possibilità di un secondo intervento ha stabilito che le condizioni cliniche del piccolo non sono compatibili con un nuovo trapianto. La decisione, assunta all’unanimità, è stata definita “terribilmente difficile”, ma inevitabile.
Il bambino, di appena due anni, resta collegato ai macchinari con il cuore trapiantato lo scorso dicembre e risultato compromesso durante il trasporto. Parallelamente, la Procura di Napoli prosegue l’inchiesta: sei persone tra medici e paramedici sono state iscritte nel registro degli indagati per lesioni colpose gravi.
La vicenda, che ha scosso l’opinione pubblica, si muove ora su due piani distinti ma intrecciati: quello sanitario, che riguarda la sopravvivenza del bambino e le valutazioni cliniche, e quello giudiziario, chiamato a ricostruire eventuali responsabilità.
La decisione del comitato di esperti
La valutazione sulla possibilità di un secondo trapianto è stata affidata a un team composto da alcuni tra i massimi specialisti italiani in cardiochirurgia pediatrica. Il confronto collegiale si è svolto all’Azienda ospedaliera dei Colli, con una visita diretta al letto del paziente e l’analisi approfondita degli ultimi esami diagnostici.
Tra i medici coinvolti figurano Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, Giuseppe Toscano dell’Azienda ospedaliera dell’Università di Padova, Amedeo Terzi dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Rachele Adorisio e Lorenzo Galletti dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, oltre a Guido Oppido del Monaldi, che aveva effettuato il primo intervento.
Il responso è stato netto: “Le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto”. Le condizioni cliniche sono state giudicate troppo compromesse per affrontare un’operazione complessa come un secondo trapianto cardiaco.

Le condizioni cliniche del piccolo
Secondo quanto spiegato da Carlo Pace Napoleone, il bambino versa in condizioni estremamente gravi. Nelle ore precedenti alla valutazione avrebbe affrontato una crisi settica che ha comportato un forte stress per l’organismo, con accumulo di liquidi e necessità di manovre intensive.
A questo quadro già critico si aggiunge un ulteriore elemento: un’emorragia cerebrale evidenziata da una Tac recente. Un dato che complica radicalmente la possibilità di un nuovo intervento.
Un trapianto cardiaco richiede la circolazione extracorporea, una procedura che comporta la temporanea incoagulabilità del sangue. In presenza di una lesione cerebrale emorragica, il rischio di un aggravamento massivo sarebbe estremamente elevato.
Il parere dei medici è stato quindi fondato su una valutazione complessiva del rischio-beneficio. Procedere avrebbe significato esporre il bambino a una probabilità altissima di morte intraoperatoria o immediatamente successiva.
Il nodo etico e la scarsità degli organi
Un altro elemento sottolineato dagli specialisti riguarda la gestione di una risorsa preziosa come un cuore destinato al trapianto. In presenza di probabilità quasi nulle di sopravvivenza, l’utilizzo di un organo avrebbe posto anche un delicato problema etico.
I trapianti pediatrici sono rari e ogni organo disponibile rappresenta una possibilità concreta di vita per un altro bambino in lista d’attesa. La decisione di non procedere è stata dunque valutata anche sotto questo profilo.
Come si conservano gli organi per il trapianto
Il cuore prelevato per il primo trapianto doveva essere mantenuto in condizioni di ipotermia controllata, generalmente tra zero e quattro gradi, per un periodo massimo di 4-6 ore. La corretta conservazione è essenziale per garantire l’integrità del muscolo cardiaco.
Secondo quanto emerso dalle prime indagini, il contenitore utilizzato per il trasporto sarebbe stato un modello di vecchia concezione, tecnologicamente superato rispetto a dispositivi più moderni capaci di monitorare costantemente la temperatura interna.
L’ipotesi investigativa più grave riguarda l’uso di ghiaccio secco, capace di raggiungere temperature fino a -80 gradi, potenzialmente incompatibili con la conservazione dell’organo. Un congelamento eccessivo potrebbe rendere il muscolo cardiaco inservibile.
Su questo punto si concentra una parte significativa dell’inchiesta.
I nodi dell’indagine
La Procura di Napoli, attraverso la VI sezione “lavoro e colpe professionali”, ha iscritto sei persone nel registro degli indagati. Si tratta di componenti delle equipe coinvolte nell’espianto a Bolzano e nel trapianto eseguito a Napoli.
Il NAS ha acquisito documentazione clinica e sequestrato il contenitore utilizzato per il trasporto dell’organo. Gli inquirenti intendono chiarire se vi siano state violazioni delle linee guida, errori nella formazione del personale o scelte operative inappropriate.
Uno dei punti centrali riguarda proprio la selezione del box per il trasporto. Perché sarebbe stato scelto un dispositivo meno avanzato rispetto a uno disponibile? Il personale era adeguatamente formato per l’utilizzo dei sistemi più moderni?
Un secondo filone riguarda la gestione del ghiaccio e le modalità di refrigerazione. Infine, gli investigatori stanno verificando se l’equipe del Monaldi abbia valutato correttamente lo stato dell’organo prima di procedere con l’intervento.
Gli ispettori e le verifiche istituzionali
Parallelamente all’inchiesta giudiziaria, sono intervenuti gli ispettori del Ministero della Salute e della Regione Campania. Il presidente della Regione ha parlato di una relazione di circa 290 pagine già trasmessa al Ministero.
Le verifiche amministrative mirano a stabilire eventuali criticità organizzative e procedurali, oltre a valutare il rispetto dei protocolli previsti per i trapianti.
Il Centro Nazionale Trapianti è stato informato ufficialmente dell’esito del consulto medico e segue da vicino la vicenda.
Il rispetto per la famiglia
In un quadro dominato da aspetti tecnici e giudiziari, resta centrale la dimensione umana. Il bambino è ricoverato in condizioni gravissime e la famiglia sta affrontando una prova estrema.
La comunicazione ufficiale delle strutture sanitarie ha espresso vicinanza e solidarietà ai genitori. Anche le istituzioni regionali hanno sottolineato il rispetto dovuto alla famiglia.
Il rischio di un impatto sulla donazione
Vicende come questa possono generare comprensibile inquietudine nell’opinione pubblica. Tuttavia, il sistema dei trapianti italiano è considerato tra i più avanzati in Europa, con protocolli rigorosi e standard elevati.
Le eventuali responsabilità individuali, qualora accertate, non mettono in discussione il valore della donazione di organi, che resta uno strumento fondamentale di salvezza per migliaia di pazienti ogni anno.
Il tempo della giustizia e quello della medicina
Il caso del bimbo di Napoli evidenzia quanto il confine tra medicina e responsabilità professionale possa diventare sottile in situazioni complesse. La magistratura dovrà accertare se vi siano state colpe o violazioni.
Nel frattempo, la medicina ha dovuto prendere una decisione drammatica ma fondata su parametri clinici oggettivi: il bambino non avrebbe superato un secondo intervento.
Una vicenda che interroga il sistema
La storia del trapianto fallito solleva interrogativi non solo su singole scelte, ma anche sull’organizzazione, sulla formazione e sull’aggiornamento tecnologico delle strutture coinvolte.
Il sistema dei trapianti è una catena in cui ogni passaggio deve funzionare con precisione assoluta. Quando un anello si indebolisce, le conseguenze possono essere irreparabili.
Il punto di non ritorno
Il consulto medico ha definito la situazione “senza le condizioni per poter andare avanti”. È un’espressione che segna un punto di non ritorno clinico.
Ora l’attenzione si concentra sulla gestione terapeutica e sul percorso giudiziario. La decisione di non procedere a un nuovo trapianto non chiude la vicenda, ma ne delimita il perimetro sanitario.
Il resto sarà compito della giustizia.















