Ucraina, ripartono i negoziati: oggi trilaterale negli Emirati tra Kiev, Mosca e Washington

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Incontro trilaterale Ucraina oggi negli Emirati tra Usa, Russia e Kiev
Ripartono i negoziati: tavolo a tre negli Emirati Arabi Uniti
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La diplomazia torna in movimento sul dossier Ucraina, dopo mesi di contatti riservati, stop and go e segnali contraddittori. Oggi, negli Emirati Arabi Uniti, è previsto un trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina: un formato inedito, almeno sul piano pubblico, che riporta allo stesso tavolo i tre attori chiave del conflitto. La giornata arriva all’indomani di passaggi altrettanto rilevanti: l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e l’inviato statunitense Steve Witkoff a Mosca, definito dal Cremlino “molto utile”, e il bilaterale a Davos tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump, che ha riacceso aspettative e timori. Sullo sfondo, la guerra continua: droni, attacchi alle infrastrutture energetiche, pressione sugli alleati e un’Europa chiamata a ritrovare compattezza.

Il trilaterale negli Emirati: perché conta davvero

Il trilaterale negli Emirati è, prima di tutto, un segnale politico. Il punto non è soltanto la foto o la formula del tavolo, ma la scelta di un’arena neutra, lontana dall’Europa e dai fronti tradizionali della mediazione. Gli Emirati, già protagonisti di iniziative diplomatiche e scambi umanitari, si propongono come piattaforma di “decompressione”, capace di ospitare discussioni anche quando i rapporti tra Mosca e Kiev restano rigidissimi.

Un formato nuovo, un obiettivo immediato: sicurezza e “misure parziali”

Il termine più ricorrente nelle anticipazioni riguarda la “sicurezza”. È una parola ampia, ma non generica. In questa fase, la pista più concreta è quella di misure parziali e verificabili: accordi limitati che non risolvono la guerra, ma riducono alcuni rischi. In particolare, torna l’ipotesi di un’intesa sulla dimensione energetica, che negli ultimi mesi è diventata una leva strategica centrale.

Le infrastrutture di energia e riscaldamento sono un nodo umano e politico: l’inverno trasforma ogni blackout in una crisi sociale. Allo stesso tempo, gli attacchi a depositi, raffinerie e logistica del petrolio incidono sulla capacità russa di sostenere il conflitto e di alimentare le entrate. Un compromesso “energetico”, se mai prendesse forma, avrebbe un valore pratico immediato e un valore simbolico più ampio: dimostrerebbe che esiste spazio per accordi circoscritti anche senza un cessate il fuoco generale.

Il rischio del trilaterale: aspettative troppo alte e delusioni rapide

Un tavolo a tre genera automaticamente aspettative. Ed è un rischio. Se il trilaterale si risolvesse in un confronto duro senza passi tangibili, potrebbe rafforzare le posizioni massimaliste e rendere più difficile la ripresa di contatti successivi. Per questo, la prudenza è d’obbligo: la diplomazia spesso procede a micro-obiettivi, non a grandi pacchetti risolutivi.

La vera domanda, quindi, non è “pace sì o no” in una giornata, ma se il trilaterale aprirà canali stabili e una scaletta di incontri con compiti chiari, scadenze e verifiche.

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Il vertice a Mosca: Putin vede Witkoff e il Cremlino parla di incontro “utile”

Il trilaterale arriva dopo un passaggio decisivo: l’incontro a Mosca tra Vladimir Putin e Steve Witkoff. Da parte russa, la definizione “molto utile” è un messaggio calibrato. Non significa accordo, ma riconoscimento di un canale. E un canale, in guerra, vale già come capitale politico.

Il nodo territoriale: la linea rossa che blocca la pace “duratura”

Nelle comunicazioni provenienti da Mosca, il punto è stato espresso in modo netto: senza una soluzione sulla questione territoriale non ci sarà una pace duratura. È una frase che va letta su due piani.

Sul piano negoziale, indica che Mosca non vuole congelamenti “puliti” che lascino sospeso il tema delle aree contese. Sul piano politico interno, ribadisce una narrativa: il territorio come risultato irrinunciabile e come garanzia di sicurezza. È, di fatto, una linea rossa che rende difficile un accordo complessivo nel breve periodo, perché Kiev rivendica sovranità e integrità territoriale come principio non negoziabile.

In questa cornice, le intese parziali diventano quasi l’unica strada praticabile nell’immediato: accordi su prigionieri, sicurezza energetica, rotte marittime, regole di ingaggio su alcune aree, protocolli di riduzione del rischio.

La delegazione e il peso della “diplomazia operativa”

La figura dell’inviato speciale conta perché permette contatti rapidi e discreti, fuori dai riflettori e dai vincoli formali. È la cosiddetta diplomazia operativa: meno dichiarazioni, più bozze, più verifiche. Non significa segretezza assoluta, ma riduzione del rumore politico che spesso impedisce compromessi.

Se il canale Putin–Witkoff resterà attivo, potrebbe diventare la dorsale su cui poggiare eventuali intese tecniche. Ma perché funzioni, serve una “traduzione” politica accettabile per Kiev e per gli alleati europei, altrimenti ogni passo rischia di essere percepito come imposizione.

Davos: Zelensky incontra Trump e alza il tiro sull’Europa

Il trilaterale si inserisce in un clima internazionale già acceso. A Davos, Zelensky ha incontrato Trump. Il bilaterale è stato raccontato come costruttivo, ma senza svolte immediate. È un dettaglio importante: costruttivo non significa convergente, e soprattutto non significa “pronto a firmare”.

Zelensky: “Europa divisa e persa di fronte a Trump”

Le parole di Zelensky sull’Europa, descritta come divisa e smarrita davanti a Trump, rappresentano un passaggio politico duro. Non è solo una critica: è un tentativo di scuotere i partner e di spingerli a un salto di qualità.

Il messaggio, in sostanza, è questo: se l’Europa appare incerta, perde capacità di influenzare Washington e finisce per subire le scelte altrui. Zelensky chiede un’Europa che si presenti come attore, non come spettatore, soprattutto su temi decisivi come le garanzie di sicurezza, i pacchetti di supporto e la gestione delle pressioni su Mosca.

Il punto più delicato: garanzie di sicurezza e “dopo guerra”

Ogni negoziato, anche quando parla di tregue parziali, porta con sé la domanda più difficile: che cosa accade dopo? Per Kiev, la paura è un congelamento che lasci l’Ucraina vulnerabile, con una linea del fronte “stabilizzata” ma pronta a riaccendersi.

Le garanzie di sicurezza, quindi, sono centrali. Ma qui si aprono divergenze: quali garanzie, con quali strumenti, con quali tempi, e soprattutto chi le firma e chi le rende credibili. Se Washington cambia priorità, l’Europa deve decidere se e come colmare eventuali vuoti. Ed è qui che la critica di Zelensky all’Europa punta dritta al cuore del problema.

La guerra continua: droni, infrastrutture energetiche, pressione sulle città

Mentre la diplomazia discute, sul terreno la guerra non si ferma. Attacchi con droni e bombardamenti sull’energia rappresentano una strategia precisa: colpire la capacità di tenuta del sistema, logorare la popolazione, creare pressione psicologica e politica.

Perché l’energia è diventata una “leva strategica”

Colpire centrali, sottostazioni, reti di distribuzione non è solo un’azione militare. È una leva che mira a influenzare scelte politiche: aumentare i costi sociali, spingere a compromessi, ridurre la capacità industriale e la continuità dei servizi.

Dall’altro lato, gli attacchi ucraini su depositi e raffinerie russe rispondono a una logica simmetrica: ridurre la capacità logistica e il potenziale economico. In un conflitto lungo, l’energia è il nervo scoperto perché si trasforma subito in riscaldamento, trasporti, produzione, vita quotidiana.

Le conseguenze umane: case senza calore e città sotto stress

La dimensione umana è spesso la più trascurata nei comunicati. Migliaia di edifici senza riscaldamento non sono una statistica neutra: significano anziani a rischio, famiglie costrette a soluzioni improvvisate, ospedali e scuole sotto pressione. Ogni ripristino è una corsa contro il tempo e contro il meteo.

In questo quadro, un’eventuale “tregua energetica” sarebbe più di un compromesso tecnico: sarebbe un sollievo concreto per la popolazione. Proprio per questo, però, è anche un terreno di scontro: chi concede cosa, e con quali verifiche?

I veri punti sul tavolo: cosa possono cercare Stati Uniti, Russia e Ucraina

Il trilaterale non parte da una pagina bianca. Ogni attore arriva con una lista di priorità e con vincoli interni.

Washington: risultati rapidi e gestione del rischio globale

Gli Stati Uniti, in questa fase, sembrano puntare a risultati misurabili in tempi contenuti. Un successo anche parziale può essere presentato come prova di leadership diplomatica. Inoltre, Washington guarda al rischio globale: instabilità energetica, pressione sui mercati, impatto sulle alleanze, gestione simultanea di più crisi.

L’obiettivo più realistico, quindi, non è un accordo finale ma un meccanismo: una cornice di negoziato che produca piccoli avanzamenti e riduca la probabilità di escalation incontrollate.

Mosca: territorio, riconoscimento e leva energetica

Per la Russia, il territorio resta centrale. In più, c’è la questione del riconoscimento politico: anche senza ammissioni formali, Mosca punta a ottenere un quadro che consolidi risultati e riduca l’isolamento. Sul piano militare, mantenere la pressione sulle infrastrutture energetiche ucraine è visto come una leva strategica: rinunciarvi senza contropartite concrete potrebbe essere considerato un autogol.

In questa logica, la Russia potrebbe essere disposta a intese parziali se queste non indeboliscono la propria posizione sul dossier territoriale e se portano vantaggi concreti in altri ambiti.

Kiev: sovranità, sicurezza, ritorno dei cittadini e sostegno stabile

Per l’Ucraina, la priorità è non trasformare il negoziato in una resa mascherata. Kiev deve difendere la sovranità e ottenere garanzie credibili. Ma deve anche reggere sul fronte interno: popolazione stremata, infrastrutture colpite, necessità di continuità economica e militare.

Un accordo parziale sull’energia, scambi umanitari e passi su prigionieri o deportazioni potrebbero avere un impatto immediato, ma Kiev difficilmente accetterà qualsiasi formula che “cristallizzi” perdite territoriali senza una prospettiva politica che consenta di presentare il risultato come equo.

La questione territoriale: perché è la trincea diplomatica più profonda

Ogni processo di pace ha un nodo duro. Qui il nodo duro è territoriale. Ed è duro per definizione perché coinvolge identità, sovranità, memoria, legalità e sicurezza futura.

Congelamento o pace: la differenza che cambia tutto

Un congelamento del conflitto può ridurre le vittime nel breve periodo, ma rischia di lasciare il Paese in una condizione di precarietà strutturale. Una pace duratura, invece, richiederebbe un impianto più ampio: accordi politici, garanzie, meccanismi di verifica, ricostruzione, e un equilibrio regionale diverso da quello attuale.

Il problema è che costruire questo impianto richiede consenso politico che oggi non è scontato né a Kiev né a Mosca. Da qui la logica dei passi piccoli: non perché siano ideali, ma perché sono gli unici praticabili.

Verifiche e fiducia: l’ostacolo invisibile

La fiducia è quasi inesistente. Per questo, ogni misura deve essere verificabile. Ma verificare in guerra è difficile: serve accesso, servono osservatori, servono procedure. Ogni elemento tecnico diventa una battaglia politica.

Un trilaterale può servire proprio a definire strumenti pratici: come verificare una tregua energetica, come gestire incidenti, come evitare accuse reciproche che fanno saltare tutto.

L’Europa tra unità e irrilevanza: la sfida lanciata da Zelensky

Quando Zelensky parla di Europa “divisa e persa”, non sta solo criticando. Sta mettendo sul tavolo la questione del peso europeo nei negoziati.

Perché l’Europa rischia di restare fuori dalla stanza

Se i canali principali passano da Washington e Mosca, l’Europa rischia di diventare una “voce esterna”. Eppure l’Europa ha interessi diretti: sicurezza, energia, migrazioni, stabilità dei confini, economia. Restare fuori non è solo una sconfitta politica, ma una vulnerabilità strategica.

Per evitare questo scenario, l’Europa deve presentarsi con una posizione comune e una capacità di azione credibile. Questo significa non solo dichiarazioni, ma anche scelte: investimenti, produzione, difesa, sostegno coordinato, e una strategia di lungo periodo.

Il tema delle sanzioni e della “flotta ombra”

Il dibattito sulle petroliere e sulla cosiddetta flotta ombra russa mostra un altro livello della guerra: quello economico. Le sanzioni hanno un impatto, ma l’elusione delle sanzioni è diventata un campo di battaglia parallelo. Ogni nave, ogni rotta, ogni assicurazione diventa un tassello di un conflitto che non è solo militare.

Questo tema potrebbe entrare nei negoziati indirettamente, perché tocca la sostenibilità economica della guerra e la capacità delle parti di resistere nel tempo.

Cina e “ancora di stabilità”: un messaggio che parla anche all’Occidente

Nel contesto di Davos, la Cina ha rilanciato la propria narrativa: essere un’ancora stabilizzatrice in un mondo frammentato. È un messaggio che parla a più destinatari.

Da un lato, Pechino si propone come attore responsabile, favorevole al dialogo e contrario alle escalation. Dall’altro, segnala che la governance globale non può essere gestita da pochi e che le crisi attuali richiedono consultazioni “su un piano di parità”. È una formula diplomatica, ma il significato è concreto: la Cina vuole spazio e ruolo, anche nei dossier che l’Occidente considera prioritari.

Nel caso ucraino, la postura cinese resta un fattore: non sempre determinante in pubblico, ma spesso rilevante nei calcoli strategici, perché influenza mercati, alleanze e la percezione internazionale degli equilibri.

Emirati piattaforma di mediazione: perché Abu Dhabi è un luogo “utile”

Scegliere gli Emirati non è casuale. È una decisione che consente a tutti di ridurre il costo politico della presenza.

Neutralità percepita e diplomazia pragmatica

Gli Emirati possono offrire neutralità percepita, discrezione, e una rete di relazioni trasversali. In un conflitto dove ogni gesto è letto come schieramento, un luogo percepito come pragmatico aiuta a far sedere le parti senza che nessuno appaia “in casa” dell’altro.

L’elemento logistico: incontrarsi senza esposizione eccessiva

I negoziati richiedono tempo, spostamenti, protezione. Un hub internazionale facilita la gestione. E la gestione logistica è parte del successo di una trattativa: se è difficile incontrarsi, è facile che i contatti saltino.

Scenari possibili dopo il trilaterale: cosa aspettarsi davvero

In un momento così carico, la cosa più utile è distinguere tra ciò che è possibile e ciò che è probabile.

Scenario 1: accordo parziale sull’energia e canale permanente

È lo scenario più concreto. Un’intesa limitata, con verifiche, su infrastrutture energetiche e attacchi reciproci alle filiere del petrolio. Non sarebbe una pace, ma sarebbe un passo.

Scenario 2: nessun accordo, ma calendario di nuovi incontri

Anche questo sarebbe un risultato, se producesse una struttura: gruppi di lavoro, temi, responsabilità. In diplomazia, la continuità è spesso più importante della dichiarazione finale.

Scenario 3: rottura e ritorno alla guerra “totale” sul piano delle infrastrutture

È lo scenario peggiore, ma non impossibile, soprattutto se le parti useranno il trilaterale per propaganda interna e se l’opinione pubblica percepirà il negoziato come debolezza.

Il punto decisivo: la guerra come “trattativa armata”

In questa fase, la guerra e la diplomazia non sono due binari separati. Sono la stessa partita giocata su tavoli diversi. Ogni successo sul campo influenza la trattativa; ogni dichiarazione diplomatica può cambiare il clima del fronte.

Per questo, la giornata negli Emirati va letta senza illusioni ma senza cinismo. Il trilaterale non chiude la guerra, ma può cambiare il modo in cui la guerra viene gestita, limitando alcuni rischi e aprendo spiragli.

Il trilaterale Ucraina oggi e la pressione del tempo: l’ultima parola non è scritta

Oggi si apre un formato che, fino a poco fa, sembrava irrealistico: Kiev, Mosca e Washington nello stesso luogo, nello stesso giorno, con un’agenda che parla di sicurezza e di possibili compromessi parziali. È un passo che non va sopravvalutato, ma nemmeno ridotto a teatro.

La verità è che la pressione del tempo aumenta: sul piano militare, sul piano umano, sul piano economico. E quando la pressione cresce, la diplomazia o trova una via praticabile o viene travolta dagli eventi.

Trattative, droni e gelo: l’Ucraina tra negoziato e notte di guerra

Mentre i negoziatori cercano un varco, i droni continuano a volare e l’inverno continua a pesare. È questa la contraddizione più potente: parlare di pace mentre la guerra produce nuove macerie. Ma è anche la ragione per cui un trilaterale conta: perché ogni passo, anche piccolo, può tradursi in meno buio, meno freddo, meno vittime.

La partita resta apertissima. Il trilaterale negli Emirati è un inizio, non un arrivo. E il modo in cui verrà gestito dirà molto non solo sul futuro dell’Ucraina, ma sulla capacità del mondo di costruire soluzioni quando la guerra sembra l’unica lingua possibile.

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