Usa fuori dall’Oms dopo la procedura lanciata da Trump: ecco cosa cambia

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Sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra
Gli Stati Uniti escono ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità
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Gli Stati Uniti hanno ufficialmente lasciato l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’uscita è diventata effettiva il 22 gennaio 2026, esattamente un anno dopo l’avvio formale della procedura annunciata e firmata dal presidente Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca. Una decisione annunciata, contestata e ora pienamente operativa, che apre un nuovo capitolo nei rapporti tra Washington e le principali istituzioni multilaterali.

Sul sito ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, accanto al nome degli Stati Uniti compare da mesi un asterisco che rimanda a una nota formale: gli Usa non sono più membri dell’agenzia Onu per la salute globale. Si chiude così una partecipazione durata 77 anni, iniziata nel secondo dopoguerra e proseguita fino alla crisi pandemica e oltre.

L’uscita dall’Oms: una scelta annunciata da tempo

L’addio degli Stati Uniti all’Oms non è arrivato a sorpresa. Trump ne aveva fatto un tema centrale già durante la campagna elettorale, tornando più volte ad attaccare l’organizzazione per la gestione della pandemia di Covid-19. Il primo giorno del suo secondo mandato, il presidente americano aveva firmato un ordine esecutivo per avviare formalmente la procedura di ritiro.

A distanza di dodici mesi, come previsto dai regolamenti internazionali, l’uscita è diventata effettiva. Un passaggio che segna una frattura netta con una tradizione di lungo corso della diplomazia sanitaria statunitense.

Cos’è l’Oms e perché conta

L’Organizzazione Mondiale della Sanità è l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina le politiche sanitarie globali. Ha il compito di stabilire standard internazionali, monitorare le emergenze sanitarie, coordinare la risposta alle epidemie e sostenere i sistemi sanitari più fragili.

Prima dell’uscita degli Stati Uniti, gli Stati membri erano 194. L’Italia, ad esempio, ha aderito al Trattato istitutivo l’11 aprile 1947. L’organizzazione impiega oltre 9.400 dipendenti, distribuiti in sei uffici regionali, e gestisce un budget annuale di circa 4 miliardi di dollari.

Gli Usa non erano soltanto un membro storico, ma anche uno degli attori più influenti all’interno dell’Oms, sia dal punto di vista politico sia finanziario.

Le motivazioni politiche della decisione di Trump

La scelta di Washington è stata motivata ufficialmente con una dura critica alla gestione della pandemia da parte dell’Oms. Secondo l’amministrazione Trump, l’agenzia avrebbe commesso errori gravi, mostrando lentezza, scarsa trasparenza e un’eccessiva deferenza nei confronti della Cina nelle prime fasi dell’emergenza Covid-19.

Durante la pandemia, Trump aveva più volte accusato l’Oms di essere troppo accondiscendente con Pechino e con il presidente Xi Jinping, arrivando a sostenere che l’organizzazione avesse contribuito a ritardare una risposta efficace alla diffusione del virus.

A queste critiche si sono aggiunte posizioni spesso contestate dalla comunità scientifica, con dichiarazioni che hanno alimentato polemiche e accuse di approcci antiscientifici.

Il nodo economico: i finanziamenti Usa all’Oms

Accanto alle motivazioni politiche, c’è un tema economico centrale. Gli Stati Uniti erano storicamente il principale finanziatore dell’Oms, contribuendo a circa il 15% del budget complessivo annuo, pari a 400-500 milioni di dollari.

Oltre il 75% del budget biennale dell’Oms deriva da contributi volontari degli Stati membri e di altri attori non statali, tra cui fondazioni e istituzioni internazionali come l’Unione europea. L’uscita degli Usa rappresenta quindi un colpo significativo alle risorse dell’organizzazione.

Trump ha più volte sostenuto che la quota americana fosse sproporzionata rispetto ai benefici e che Washington stesse “pagando troppo” rispetto ad altri Paesi.

Il caso delle quote non pagate e le tensioni formali

Secondo quanto riportato da ambienti politici internazionali, l’ordine esecutivo dovrebbe entrare pienamente in vigore in queste ore, anche se restano tensioni formali legate alle quote non pagate dagli Stati Uniti negli ultimi due anni.

Una settimana fa, il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, in scadenza nel 2027, ha definito l’uscita americana “una perdita per gli Stati Uniti e per il resto del mondo”, avvertendo che la decisione “mette in pericolo la sicurezza sanitaria globale”.

Un effetto domino: l’esempio dell’Argentina

La mossa americana non è rimasta isolata. Il presidente argentino Javier Milei aveva annunciato una decisione analoga il 5 febbraio 2025, aprendo a un possibile effetto domino tra governi politicamente affini all’amministrazione Trump.

Pur trattandosi di contesti diversi per peso geopolitico e contributi economici, l’uscita coordinata o ravvicinata di più Paesi rafforza l’idea di una crescente sfiducia verso le istituzioni multilaterali tradizionali.

Impatto economico: un vuoto da colmare

Dal punto di vista finanziario, l’uscita degli Stati Uniti lascia un vuoto rilevante. Anche se l’Oms può contare su una pluralità di donatori, la perdita di centinaia di milioni di dollari l’anno obbligherà l’organizzazione a rivedere programmi, priorità e investimenti.

È probabile che altri attori, come l’Unione europea o grandi fondazioni private, aumentino il proprio peso, ma questo potrebbe modificare gli equilibri interni e le linee strategiche dell’agenzia.

Impatto geopolitico: più spazio per la Cina

Sul piano geopolitico, la scelta di Washington rischia di produrre un effetto opposto a quello auspicato dall’amministrazione Trump. L’uscita degli Usa dall’Oms potrebbe infatti rafforzare l’influenza di altre potenze, in primis la Cina, all’interno dell’organizzazione.

Con meno voce in capitolo nei processi decisionali, gli Stati Uniti rinunciano a un importante strumento di soft power, lasciando spazio a Paesi pronti a colmare il vuoto di leadership.

Impatto sanitario: isolamento e standard globali

Le conseguenze più delicate riguardano l’ambito sanitario. Uscendo dall’Oms, gli Stati Uniti non partecipano più direttamente ai tavoli decisionali che definiscono gli standard internazionali su farmaci, vaccini e protocolli di risposta alle emergenze sanitarie.

In un mondo globalizzato, dove virus e crisi sanitarie non conoscono confini, il rischio è quello di una maggiore frammentazione e di una risposta meno coordinata alle future emergenze.

Una frattura simbolica nel sistema multilaterale

L’uscita degli Usa dall’Oms rappresenta anche un segnale simbolico forte: la conferma di una linea politica che privilegia l’autonomia nazionale rispetto alla cooperazione multilaterale. Una scelta coerente con altre decisioni dell’era Trump, ma che solleva interrogativi sul futuro della governance globale della salute.

Usa fuori dall’Oms: uno spartiacque per la sanità globale

Con l’uscita ufficiale degli Stati Uniti, l’Oms entra in una fase nuova e complessa. Da un lato dovrà riorganizzare risorse e strategie, dall’altro dovrà dimostrare di poter mantenere un ruolo centrale anche senza uno dei suoi membri storici più influenti.

Per Washington, invece, si apre una fase di maggiore isolamento in ambito sanitario internazionale, con conseguenze che potrebbero emergere solo nel lungo periodo. La scelta di Trump, oggi pienamente operativa, segna uno spartiacque nei rapporti tra Stati Uniti e sistema multilaterale della salute.

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