La prima serata di Sanremo 2026 si muove tra memoria e contemporaneità, nostalgia orchestrata e viralità immediata. È un debutto che sceglie di non forzare la mano, ma di stratificare emozioni: il passato che rientra in scena, il presente che accelera, la regia che a tratti inciampa e i social che amplificano ogni dettaglio.
Al centro del palco, Carlo Conti mantiene la promessa di un Festival “sereno”, ma costruito su simboli forti. L’apertura con la voce iconica di Pippo Baudo è un passaggio di testimone virtuale che non sa di museo, ma di continuità. L’ingresso di Laura Pausini, introdotta proprio da Baudo, chiude il cerchio della memoria e ribadisce che il motore del Festival resta il suo archivio emotivo.
La gara entra subito nel vivo. E tra chi ruggisce e chi scivola, ecco i nostri top e flop della prima serata.

TOP – Tiziano Ferro e la scossa emotiva dell’Ariston
Il ritorno di Tiziano Ferro a Sanremo 2026 non è stato una semplice ospitata. È stata una dichiarazione di presenza. Il medley che ripercorre vent’anni di carriera trasforma l’Ariston in un karaoke collettivo. Le mani si alzano, le voci si sovrappongono, l’atmosfera cambia.
Ma il punto non è solo la tenuta vocale. È la luce negli occhi. A fine esibizione, Ferro appare attraversato da una gioia autentica, quasi liberatoria. E poi la frase che accende il web e apre già il dossier 2027: «L’anno prossimo torno qui con te», rivolto a Laura Pausini.
Non è una battuta. È una prenotazione. Un’auto-candidatura elegante che lancia il toto-conduzione. Se il Festival vive anche di proiezioni, il futuro ha già un volto.
TOP – Il crossover dei due Sandokan: Kabir Bedi e Can Yaman
L’incontro tra Kabir Bedi e Can Yaman è il momento televisivo più denso della serata. Non per muscoli, ma per carisma. Bedi entra in scena con l’autorità di chi non ha bisogno di presentazioni. A ottant’anni, il suo sguardo basta.
Promuove Yaman come “degno successore”, ma non rinuncia alla zampata: la nuova sceneggiatura di Sandokan è «fin troppo fantasiosa». È una frase che pesa. Yaman è il volto contemporaneo, il contenuto virale. Bedi resta l’icona.
Un confronto tra epoche che non umilia nessuno, ma ricorda che il mito originale non si cancella. In un Festival che vive di nostalgia, il ruggito è ancora quello storico.

TOP – Ditonellapiaga e l’inno generazionale
Non sarà forse la canzone vincitrice, ma Ditonellapiaga con “Che fastidio” ha già conquistato il territorio digitale. Il brano è ironico, auto-analitico, perfettamente centrato sul disagio liquido del presente. «Io non so più cos’è normale, o un’allucinazione» diventa in poche ore citazione trasversale.
Millennial, Boomer e Gen Z si ritrovano sotto la stessa etichetta. È un pezzo che funziona perché non cerca la profondità forzata. È leggerezza intelligente. E in un Festival che spesso teme l’ironia, è un segnale.

TOP – Gianna Pratesi, memoria viva della Repubblica
Il momento più alto, però, arriva fuori dalla gara. Gianna Pratesi, quasi 106 anni, sale sul palco come simbolo degli 80 anni della Repubblica. La sua presenza è più potente di qualsiasi monologo.
Ricorda il referendum del 2 giugno 1946, il primo voto politico delle donne. L’emozione non è costruita, è naturale. L’Ariston si ferma. In quell’istante, Sanremo 2026 smette di essere solo spettacolo e torna a essere rito civile.
Se c’è un top indiscusso, è questo.
FLOP – La grafica Rai e la “RepuPPlica”
Accanto al momento più alto della serata, arriva anche la scivolata più evidente. La grafica Rai con la scritta “RepuPPlica” diventa immediatamente trend negativo.
Un errore che in una serata simbolica pesa il doppio. I social non perdonano. Screenshot, meme, ironie. È il classico dettaglio che in un grande evento non dovrebbe sfuggire.

FLOP – Audio a intermittenza
Altro punto critico: l’audio. Tra microfoni che sembrano abbassarsi all’improvviso e livelli sonori poco equilibrati, diverse esibizioni risultano penalizzate. Tredici Pietro paga il prezzo più evidente, con un microfono percepito come quasi spento.
In un Festival musicale, l’audio non può essere un dettaglio tecnico. È la base.
FLOP – Il dress code da solarium
Se l’Ariston è un teatro, la palette cromatica della prima serata ricorda più un solarium. Carlo Conti mantiene la sua abbronzatura iconica. Luchè sfoggia un incarnato ambrato. Raf vira verso l’arancio. Can Yaman, più rossiccio che bronzeo, completa il quadro.
Il risultato è un eccesso visivo che sui social si trasforma in ironia collettiva. Sanremo o equatore? La domanda rimbalza online.

Una prima serata che divide ma accende
La prima notte di Sanremo 2026 non è stata perfetta. Ma è stata viva. Ha generato emozione, discussione, meme, proiezioni future.
Ha celebrato il passato con Baudo e Pratesi, ha lanciato il futuro con Ferro e Yaman, ha inciampato su una grafica e su qualche cursore audio.
E in fondo, il Festival è questo: una macchina imperfetta che funziona proprio perché resta imprevedibile.
La gara è appena iniziata. E il dibattito è già acceso.















