Non avrebbero retto al peso del dolore, allo shock per il gesto del figlio e alla violenza delle accuse ricevute nei giorni successivi. Maria Messenio e Pasquale Carlomagno, genitori di Claudio Carlomagno, sono stati trovati morti impiccati nella loro abitazione di Anguillara, dove avevano deciso di togliersi la vita insieme.
Una tragedia nella tragedia, che apre ora un nuovo fronte giudiziario. La Procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, un atto dovuto in vista delle autopsie ma anche un passaggio necessario per chiarire il ruolo che pressione mediatica, gogna social e messaggi d’odio potrebbero aver avuto nel drammatico epilogo.
Al centro dell’inchiesta c’è anche una lettera d’addio, lasciata ai figli. Un testo duro, lucido, carico di dolore. Un documento che racconta la solitudine di due genitori travolti da una tempesta più grande di loro.
La decisione di farla finita insieme
Maria Messenio e Pasquale Carlomagno hanno scelto di morire insieme, nella loro casa. Una decisione maturata dopo giorni di sofferenza profonda, seguiti all’omicidio commesso dal figlio Claudio.
Secondo quanto emerso, i due coniugi non avrebbero retto alla valanga di odio che si è abbattuta sulla famiglia. Insulti, accuse, messaggi violenti. Una pressione costante, alimentata anche dai social, che avrebbe reso insopportabile ogni tentativo di continuare a vivere.
La Procura vuole ora accertare se quella pressione abbia superato la soglia del lecito, trasformandosi in un contributo determinante alla decisione di togliersi la vita.
La lettera d’addio: «Messi alla gogna»
Nella lettera lasciata ai figli, e in parte destinata alla stampa, Maria e Pasquale parlano apertamente di gogna mediatica. Scrivono di essersi sentiti esposti, umiliati, giudicati, non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che aveva fatto il loro figlio.
Nel testo emergono parole di dolore, ma anche di accusa. Accusa verso un clima che non avrebbe lasciato spazio al silenzio, al lutto, alla pietà. I due coniugi descrivono una sofferenza quotidiana, amplificata da titoli, commenti, messaggi privati e pubblici.
Non chiedono giustificazioni per il reato del figlio. Chiedono solo rispetto. Un rispetto che, secondo loro, non è mai arrivato.

Il figlio Davide: «Li avevo ospitati per proteggerli»
Prima di togliersi la vita, Maria e Pasquale avevano lasciato Anguillara. Avevano trovato rifugio a casa dell’altro figlio, Davide Carlomagno. Una scelta dettata dalla paura e dal bisogno di allontanarsi dal luogo dove tutto era iniziato.
«Erano venuti a stare da me per togliersi da Anguillara», ha raccontato Davide. «Quando sono rientrato in casa non c’erano. Ho trovato la lettera e ho chiamato mia zia perché corresse da loro».
Parole che restituiscono il senso di una tragedia annunciata, maturata nel silenzio e nella disperazione. Davide aveva cercato di proteggerli. Non è bastato.
L’indagine per istigazione al suicidio
La Procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Si tratta di un passaggio tecnico, ma non solo. Gli inquirenti vogliono capire se qualcuno, con parole, messaggi o comportamenti, abbia rafforzato o determinato la decisione dei due coniugi.
Particolare attenzione è rivolta ai messaggi ricevuti sui social, alcuni dei quali vengono descritti come estremamente violenti. Frasi offensive, auguri di morte, accuse collettive rivolte ai genitori per il reato del figlio.
Le autopsie, previste nei prossimi giorni, serviranno a chiarire le modalità del decesso. Parallelamente, verrà analizzato il contesto emotivo e comunicativo che ha preceduto il suicidio.
L’avvocato Miroli: «Anche i familiari sono vittime»
L’avvocato Andrea Miroli, che difende il presunto assassino di Federica Torzullo, ha parlato di una tragedia che travolge l’intero nucleo familiare.

Secondo il legale, questa vicenda dimostra come anche i familiari di chi commette un reato grave siano vittime. Vittime di un crimine che produce conseguenze devastanti su persone che non hanno alcuna responsabilità penale.
Miroli invita al rispetto e alla tutela della privacy. Chiede che le ragioni del gesto vengano trattate con cautela, senza trasformare il dolore in spettacolo.
I messaggi d’odio e la responsabilità collettiva
Nonostante la tragedia, anche nelle ore successive al suicidio sarebbero continuati messaggi di odio online. Commenti come «ha fatto bene ad ammazzarsi avendo partorito un mostro» vengono indicati come esempio di un clima disumano.
Parole che pongono una questione più ampia. Dove finisce la libertà di espressione e dove inizia la responsabilità collettiva? La Procura dovrà valutare se singoli comportamenti possano configurare un reato.
Il caso riapre il dibattito sul ruolo dei social nella radicalizzazione del giudizio pubblico e nella trasformazione del dolore privato in bersaglio pubblico.
Claudio Carlomagno: disperato, ma non pentito
Intanto emergono dettagli sulla condizione di Claudio Carlomagno, detenuto con l’accusa di aver ucciso la moglie. Secondo quanto riferito dal sindacato di polizia penitenziaria, l’uomo sarebbe disperato per la morte dei genitori.
Avrebbe chiesto di vedere il figlio e avrebbe manifestato pensieri suicidari, anche se, secondo chi lo segue, non avrebbe il coraggio di compiere gesti autolesionistici. In carcere sono stati attivati i protocolli di sorveglianza previsti in questi casi.
Tuttavia, sempre secondo quanto emerso, Claudio Carlomagno non avrebbe mostrato pentimento per l’omicidio della moglie. Un elemento che rende il quadro umano e giudiziario ancora più complesso.
Il carcere e i protocolli anti-suicidio
Dopo la notizia del suicidio dei genitori, l’attenzione su Claudio Carlomagno è aumentata. In casi simili, il rischio di emulazione o crollo psicologico è elevato.
Per questo motivo, l’amministrazione penitenziaria ha disposto controlli rafforzati, limitazioni e monitoraggi continui. L’obiettivo è prevenire atti di autolesionismo in una fase di forte instabilità emotiva.
Una catena di tragedie senza fine
La morte di Maria Messenio e Pasquale Carlomagno aggiunge un nuovo capitolo a una vicenda già segnata da lutti, violenza e dolore. Una catena di eventi che sembra non avere fine.
Il rischio, ora, è che anche questa tragedia venga assorbita dal flusso dell’indignazione e del commento immediato. Ma l’inchiesta aperta potrebbe imporre una riflessione più profonda sui limiti del giudizio pubblico.
Oltre la cronaca: il peso della gogna
Il caso Carlomagno pone una domanda scomoda. Fino a che punto è lecito colpire i familiari di chi commette un crimine? La lettera lasciata dai genitori parla chiaro. Non cercavano assoluzioni. Cercavano silenzio.
La giustizia ora dovrà stabilire se qualcuno abbia oltrepassato il confine. Ma il giudizio morale resta aperto. Ed è un giudizio che riguarda tutti.















