
La crisi tra Stati Uniti d’America e Iran entra in una fase delicatissima. Secondo indiscrezioni provenienti da ambienti del Pentagono e della Casa Bianca, l’esercito americano si sarebbe già messo “in posizione” per un possibile attacco contro Teheran. La decisione finale non sarebbe ancora stata presa dal presidente Donald Trump, ma il quadro operativo appare ormai pronto.
Parallelamente, a Washington si tiene oggi la prima riunione del Board of Peace su Gaza, organismo a trazione americana che punta a ridisegnare gli equilibri diplomatici nell’area mediorientale. Per l’Italia è presente il ministro degli Esteri Antonio Tajani, mentre la Germania ha inviato un funzionario di alto livello.
Il Medio Oriente torna così al centro di una possibile escalation militare che potrebbe durare settimane e coinvolgere direttamente anche Israele, già protagonista della recente guerra di dodici giorni contro Teheran.
Forze Usa pronte: portaerei, bombardieri e difese aeree
Secondo le analisi open source, il dispiegamento statunitense si articola su tre direttrici principali:
1. Potenza navale.
La portaerei USS Abraham Lincoln con il suo Carrier Strike Group è già nell’area. A breve dovrebbe unirsi la USS Gerald R. Ford, una delle più moderne portaerei della flotta americana, diretta verso il Mediterraneo orientale.
2. Rafforzamento difensivo.
Negli ultimi dieci giorni si è registrato un intenso traffico di velivoli da trasporto militare C-5 Galaxy e C-17 Globemaster verso le basi statunitensi in Medio Oriente. L’obiettivo sarebbe rafforzare le difese aeree in previsione di eventuali ritorsioni iraniane.
Anche Israele avrebbe riposizionato parte delle batterie Iron Dome dal confine con Gaza verso est, segnale di una crescente attenzione verso la minaccia proveniente dall’Iran.
3. Capacità di attacco prolungato.
Sono stati inviati numerosi aerei cisterna per il rifornimento in volo, partiti anche da basi europee. Nel potenziale teatro operativo risultano disponibili oltre 100 velivoli da combattimento, tra cui F-15, F-18, F-22, F-35 e bombardieri B-2.
Il quadro suggerisce non un’azione simbolica, ma una campagna aerea potenzialmente estesa.
Casa Bianca: “Piccoli progressi, ma distanti”
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha ammesso che i colloqui diplomatici recenti hanno prodotto “piccoli progressi”, ma restano profonde divergenze. L’ipotesi di un attacco non è esclusa.
Nella Situation Room si sono già riuniti i principali consiglieri per la sicurezza nazionale. Il segretario di Stato Marco Rubio incontrerà il 28 febbraio il premier israeliano Benjamin Netanyahu, segnale ulteriore del coordinamento tra Washington e Gerusalemme.

Teheran rivendica il diritto al nucleare
Da parte iraniana, il responsabile per l’energia atomica Mohammad Eslami ha ribadito che nessuno può privare la Repubblica islamica del diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici.
Nel frattempo, Teheran ha annunciato la chiusura temporanea di ampie porzioni dello spazio aereo nel sud del Paese per lanci missilistici programmati. Nelle ultime settimane l’Iran ha intensificato esercitazioni militari e ha anche disposto la chiusura dello Stretto di Hormuz, crocevia strategico per il commercio mondiale di petrolio.
Board of Peace: diplomazia o cornice politica?
Mentre la tensione militare cresce, a Washington prende il via il Board of Peace dedicato alla crisi di Gaza. Tra i partecipanti anche il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, giunto negli Stati Uniti per una visita di tre giorni.
La riunione punta ufficialmente alla stabilizzazione della Striscia, ma si inserisce in un contesto più ampio di ridefinizione degli equilibri regionali. La Casa Bianca ha espresso disappunto per la decisione del Vaticano di non partecipare.
Un contesto già esplosivo
La tensione si intreccia con altri dossier sensibili. Una coppia britannica arrestata in Iran è stata condannata a dieci anni per spionaggio, episodio che rischia di irrigidire ulteriormente i rapporti tra Teheran e l’Occidente.
La possibilità di un’operazione militare prolungata apre scenari complessi:
- Impatto sui mercati energetici globali
- Rischio di coinvolgimento diretto di Hezbollah e milizie filo-iraniane
- Reazioni a catena nel Golfo Persico
- Pressione diplomatica su Europa e Nato
Escalation o ultima finestra diplomatica?
Il Medio Oriente si trova davanti a un bivio. Da un lato, una macchina militare statunitense pronta a intervenire; dall’altro, una diplomazia che tenta ancora di tenere aperto uno spiraglio.
Se l’ordine dovesse arrivare, l’operazione non sarebbe limitata nel tempo né nello spazio. Potrebbe segnare una nuova fase di conflitto regionale con ripercussioni globali.
Il mondo osserva. E trattiene il fiato.














