Il dossier nucleare Iran torna al centro della scena internazionale con parole nette da Washington e segnali di apertura da Teheran. In un’intervista a Channel 12, Donald Trump ribadisce che l’Iran “non avrà armi nucleari né missili” e lega il futuro dei negoziati a un accordo che, nelle intenzioni americane, deve mettere fuori gioco non solo l’arricchimento dell’uranio ma anche la capacità balistica. Sul fronte iraniano, il capo dell’agenzia nucleare Mohammad Eslami lascia intravedere una possibile mossa: “diluire” l’uranio arricchito al 60% in cambio della rimozione totale delle sanzioni. Intanto Muscat, in Oman, si conferma crocevia della diplomazia, mentre Israele prepara il suo confronto con la Casa Bianca e gli Stati Uniti alzano il livello di allerta nel Golfo, chiedendo alle navi commerciali americane di evitare, per quanto possibile, le acque territoriali iraniane nello Stretto di Hormuz.
Nucleare Iran, la linea di Trump: “Niente atomica e niente missili”
Donald Trump, nell’intervista a Channel 12, marca un confine che definisce non negoziabile: Teheran non deve ottenere né un’arma nucleare né missili balistici. Il messaggio è politico e operativo allo stesso tempo. Politico, perché intende stabilire un obiettivo semplice da comprendere e facile da rivendicare in caso di accordo. Operativo, perché alza l’asticella oltre la sola questione dell’arricchimento dell’uranio, includendo la componente missilistica che, da anni, rappresenta uno dei nodi più sensibili per gli Stati Uniti e per Israele.
Trump sostiene che un accordo “ottimo” resta possibile, ma lo vincola a due pilastri: stop al nucleare e stop ai missili. Nel linguaggio della diplomazia, questa impostazione riduce lo spazio per compromessi graduali e spinge verso un pacchetto complessivo. In quello stesso schema, Washington può presentare eventuali concessioni – a partire dalle sanzioni – come prezzo per risultati misurabili e verificabili.
Che cosa significa “niente missili” nel negoziato
Quando gli Stati Uniti parlano di “niente missili”, raramente intendono una rinuncia totale e immediata a qualsiasi capacità. Più spesso puntano a limiti su tre livelli:
- gittata: evitare sistemi in grado di colpire obiettivi lontani;
- numero e produzione: ridurre scorte e ritmo industriale;
- test, trasferimenti e filiere: tagliare canali e componentistica.
Per Teheran, però, il programma balistico rappresenta un elemento di deterrenza, soprattutto in un contesto regionale instabile. Per questo il capitolo missili tende a diventare terreno di scontro, con un rischio costante: se una parte pretende tutto e l’altra concede troppo poco, i colloqui si fermano.
Teheran apre all’uranio “diluito” se cadono tutte le sanzioni
Sul tavolo compare una parola che pesa: “diluizione” dell’uranio arricchito al 60%. Mohammad Eslami, capo dell’agenzia nucleare iraniana, apre a questa ipotesi ma la lega a una condizione chiara: la revoca totale delle sanzioni. Il messaggio è diretto. L’Iran fa capire di poter intervenire sulle scorte più sensibili, ma chiede in cambio un beneficio economico pieno, non parziale e non a scaglioni.
In termini pratici, la “diluizione” indica un processo che riporta l’uranio arricchito a livelli più bassi, rendendolo meno adatto – o non adatto – a un percorso rapido verso un ordigno. È una misura reversibile? Dipende dai dettagli tecnici, dalle quantità, dai tempi e da ciò che accade alle infrastrutture. Se l’Iran mantiene intatti impianti e competenze, può ripartire. Per questo, in un’intesa credibile, la comunità internazionale tende a chiedere anche limiti alla capacità produttiva e meccanismi di verifica stringenti.
Perché la soglia del 60% conta nella partita nucleare
Il dato del 60% non è un numero neutro. Rappresenta una soglia avanzata che, nella percezione delle capitali occidentali, riduce i tempi tecnici necessari per salire ulteriormente di livello. In un negoziato, la presenza di scorte ad alto arricchimento ha due effetti:
- Aumenta la pressione su chi tratta, perché riduce i margini temporali.
- Aumenta il valore negoziale di quelle scorte, che diventano moneta di scambio.
Eslami inserisce la proposta in un quadro di scambio secco: gesto tecnico in cambio di rimozione totale delle sanzioni. Questa impostazione, però, apre una battaglia su tempi e sequenze: chi fa il primo passo? Chi verifica? Quale garanzia resta se una parte torna indietro?
Oman, Muscat e la diplomazia del Golfo: perché i colloqui passano da qui
Il ritorno dell’Oman come piattaforma diplomatica non sorprende. Muscat ha esperienza nel gestire canali discreti e nel tenere aperti contatti anche quando il clima politico si irrigidisce. L’arrivo del segretario del massimo organo di sicurezza iraniano in Oman, pochi giorni dopo un nuovo round a Mascate, segnala che Teheran vuole presidiare il tavolo con figure di peso e non soltanto con tecnici.
In questa fase, l’Oman svolge tre funzioni chiave:
- mediazione: riduce la distanza di comunicazione e controlla l’escalation verbale;
- logistica politica: offre un luogo “neutro” in cui nessuno appare come ospite dell’altro;
- copertura diplomatica: permette ai governi di sondare soluzioni senza bruciarsi internamente.
Se i colloqui accelerano, Muscat diventa un simbolo di de-escalation. Se falliscono, resta comunque il luogo in cui le parti possono riprendere contatto in emergenza.
Un accordo possibile, ma con tre incastri difficili
Nel dossier nucleare Iran, un’intesa regge solo se incastra almeno tre piani:
- Scorte e arricchimento: cosa accade all’uranio e a che livelli può arrivare.
- Impianti e controlli: quanta capacità resta e chi verifica.
- Sanzioni e tempi: quando arrivano i benefici economici e con quali clausole di ritorno.
Il rischio maggiore sta nella sequenza. Se Washington concede subito e Teheran non esegue con rapidità, Trump perde leva. Se Teheran riduce le scorte e le sanzioni restano, l’Iran perde credibilità interna. Per questo le intese, quando arrivano, spesso prevedono fasi e “scatti” verificabili.
Netanyahu verso Washington: l’obiettivo è influenzare la linea americana
Benjamin Netanyahu parte per Washington con un mandato politico preciso: presentare a Trump “l’approccio sui principi dei negoziati” con l’Iran. In concreto, Israele punta a evitare un’intesa che giudica “leggera” e concentrata solo sull’arricchimento, lasciando fuori missili e rete regionale di alleati.
Da Tel Aviv arriva un messaggio costante: la questione non riguarda solo il nucleare ma anche ciò che l’Iran può fare con strumenti convenzionali e con proxy regionali. In questa cornice, Netanyahu cercherà di spingere per:
- zero arricchimento sul suolo iraniano o limiti durissimi;
- rimozione o neutralizzazione delle scorte;
- controlli stringenti e continui;
- vincoli sul programma balistico.
Israele teme che un accordo rapido liberi risorse economiche, riduca la pressione e consenta a Teheran di ricostruire capacità militari e industriali. Anche per questo Netanyahu vuole fissare “linee rosse” prima che l’eventuale intesa prenda forma.
Il fattore tempo: perché ogni giorno pesa
Il calendario incide. Ogni giornata di trattativa senza risultato aumenta due rischi:
- il rischio tecnico, perché l’Iran continua a muoversi sul piano delle capacità;
- il rischio politico, perché cresce la pressione su Trump e su Netanyahu.
Trump, da parte sua, usa il tempo come leva: “il tempo stringe” è un modo per imporre ritmi e per giustificare scelte dure. Teheran, invece, tende a usare il tempo per ottenere condizioni migliori sulle sanzioni e per consolidare la propria posizione interna.
Lo Stretto di Hormuz e l’allerta Usa: la sicurezza diventa parte del negoziato
Il Dipartimento dei Trasporti statunitense chiede alle navi commerciali battenti bandiera Usa di evitare, per quanto possibile, le acque territoriali iraniane nello Stretto di Hormuz. È un segnale che va letto su due livelli.
Sul primo livello, riguarda la prudenza: in un’area ad alta tensione, le autorità limitano l’esposizione di traffici sensibili. Sul secondo livello, però, diventa pressione politica: se l’area si scalda, il costo economico sale. E quando sale il costo economico, salgono anche le pressioni su tutte le capitali coinvolte.
Lo Stretto di Hormuz resta uno snodo strategico. Anche senza incidenti, basta l’allerta per innervosire mercati e logistica, aumentare premi assicurativi e rallentare rotte. In un negoziato come quello sul nucleare Iran, la dimensione marittima diventa una parte del racconto: “o si riduce la tensione o la tensione presenta il conto”.
Perché la sicurezza navale influenza le scelte politiche
Ogni crisi nel Golfo produce effetti a catena:
- aumenta la percezione di rischio nelle compagnie;
- cambia le rotte e i costi;
- alimenta pressioni interne sui governi, soprattutto quando salgono energia e trasporti.
Trump può usare questa dinamica per argomentare che serve un accordo “solido”, non un compromesso fragile. Teheran può usare la stessa dinamica per dire che la rimozione delle sanzioni riduce la tensione e, quindi, stabilizza l’area.
L’Europa e i Pasdaran: un altro fronte che complica il quadro
Nel contesto regionale, l’Unione europea si muove sul fronte sanzioni e designazioni, con un primo via libera politico a designare i Pasdaran come organizzazione terroristica e con nuove misure restrittive. Anche qui, l’effetto non resta confinato alle carte: incide sul clima negoziale e sulla narrativa interna iraniana.
Teheran tende a leggere queste mosse come un allineamento automatico dell’Europa agli Stati Uniti e a Israele. L’Europa, invece, le presenta come risposta a dinamiche di sicurezza e repressione. In mezzo, resta un dato: più fronti si aprono, più diventa difficile costruire un pacchetto “pulito” sul nucleare.
Il rischio di un negoziato a pezzi
Quando la trattativa sul nucleare Iran si carica di temi paralleli – missili, proxy, sanzioni europee, sicurezza marittima – aumenta il rischio di un negoziato “a pezzi”. Le parti potrebbero accordarsi su un capitolo e scontrarsi su altri, con una conseguenza concreta: nessuno firma.
Per evitare questo esito, spesso si sceglie una via intermedia:
- un’intesa nucleare “stretta” ma verificabile;
- un canale separato su missili e sicurezza regionale;
- incentivi economici progressivi.
Resta da capire se Trump accetterà una soluzione a più livelli o se pretenderà un pacchetto unico.

Le possibili traiettorie: accordo, stallo o escalation controllata
A questo punto si delineano tre traiettorie realistiche.
1) Accordo con scambi misurabili
È lo scenario in cui l’Iran accetta di ridurre scorte e livelli di arricchimento, magari attraverso diluizione e trasferimenti controllati, e gli Stati Uniti rimuovono una quota significativa di sanzioni, con meccanismi di ritorno se Teheran viola gli impegni. In questo caso, Trump rivendica il risultato: “niente nucleare, niente missili” almeno come cornice politica, mentre sul piano tecnico si fissano limiti che rendono più lungo e più controllabile qualsiasi percorso.
2) Stallo lungo con pressione crescente
Le parti continuano a parlarsi, ma restano distanti su missili e sanzioni totali. Washington aumenta pressione economica e militare simbolica. Teheran mantiene capacità e manda segnali di resistenza. In questo scenario, il rischio non sta solo nello scontro diretto ma nell’incidente: un episodio nel Golfo o un attacco attribuito a soggetti collegati può spostare la crisi su un livello più alto.
3) Escalation controllata e poi ritorno al tavolo
È lo scenario più instabile. Le parti alzano i toni, aumentano posture militari e sanzioni, ma evitano un salto irreversibile. Poi rientrano al tavolo con condizioni diverse. È un modello che le grandi potenze usano spesso: colpire per trattare. Ma è anche un modello rischioso, perché basta un errore per uscire dal controllo.
Che cosa cambierebbe davvero con la rimozione totale delle sanzioni
La richiesta iraniana è netta: revoca totale delle sanzioni in cambio di concessioni tecniche sul nucleare, come la diluizione dell’uranio. Se Washington accettasse, Teheran otterrebbe:
- maggiore respiro economico e finanziario;
- più spazio commerciale e logistico;
- un dividendo politico interno.
Trump, però, dovrebbe trasformare quella concessione in un risultato certo. Per questo punta a vincoli anche sui missili. L’idea è semplice: se paghi molto, devi comprare molto. Qui sta il punto di attrito: Teheran vuole vendere una concessione specifica (uranio e nucleare), mentre Trump vuole acquistare un pacchetto più ampio.
Il nodo della fiducia: promessa contro verifica
Le trattative sul nucleare Iran non vivono di fiducia, vivono di verifica. Ogni formula che non prevede controlli stringenti espone l’intesa a rotture rapide. Ogni controllo percepito come invasivo espone l’intesa a crisi politiche interne iraniane. Per questo, i negoziati si giocano su parole tecniche: accesso, ispezioni, tempi, tracciabilità, catene di custodia delle scorte.















