La promessa è netta, il contesto drammatico. A Niscemi, dove la frana continua a muoversi e l’emergenza resta aperta, arriva la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dopo un sopralluogo in elicottero sopra la collina che scivola verso il centro abitato, la premier sceglie parole che puntano a segnare una discontinuità storica: “Il 1997 non si ripeterà. La gente non dovrà aspettare anni o decenni per avere gli indennizzi”.
Una frase che a Niscemi pesa più che altrove. Il ricordo di quel precedente disastro, con ristori arrivati anche dopo 28 anni, è ancora vivo nella memoria collettiva. Ed è proprio su quel trauma che Meloni costruisce il senso politico della sua visita: risposte rapide, risorse immediate, interventi strutturali.
Il sopralluogo dall’alto e l’impatto della frana
Dall’elicottero la situazione appare ancora più grave. Decine di abitazioni sembrano sospese nel vuoto, affacciate su un fronte franoso che non si è fermato. Esiste una fascia di circa 50 metri dal precipizio in cui non entrano neppure i soccorritori, mentre la zona rossa si estende per almeno 150 metri.
“Di persona è tutto ancora più impressionante”, ammette la premier dopo il primo punto tecnico fatto con il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci e con il capo della Protezione civile nazionale. Un quadro che conferma quanto già emerso nei giorni precedenti: la frana è attiva, il rischio di arretramento verso aree finora risparmiate è concreto.
“Risposte immediate”: la promessa del governo
A terra, davanti alle autorità locali e ai vertici della Protezione civile, Meloni ribadisce il messaggio centrale: lo Stato non lascerà solo il territorio. “Il governo agirà in maniera celere”, afferma, assicurando che i ritardi del passato non si ripeteranno.
La premier insiste sulla necessità di costruire “una storia completamente diversa” rispetto al 1997, consapevole della diffidenza di una popolazione che ha già pagato un prezzo altissimo in termini di attese e incertezze. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire sicurezza e offrire risposte concrete a chi rischia di perdere tutto.
Case sull’orlo del precipizio e interventi con Casa Italia
Il nodo principale riguarda le abitazioni che si trovano sul ciglio del fronte franoso. Case che, secondo quanto spiegato, non potranno più essere abitate e nelle quali non sarà nemmeno possibile rientrare per recuperare i beni.
Su questo punto Meloni indica una strada precisa: l’intervento attraverso Casa Italia, il programma nazionale per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio. “Possiamo intervenire anche da subito, abbiamo le risorse”, assicura, lasciando intendere che il tema abitativo sarà una delle priorità assolute dell’azione governativa.
I 100 milioni e la polemica politica
Sul fronte delle risorse, la presidente del Consiglio respinge le critiche delle opposizioni sul presunto scarso impegno finanziario del governo dopo il ciclone che ha colpito Sicilia, Sardegna e Calabria. “I 100 milioni sono un primo stanziamento emergenziale”, chiarisce, sottolineando che si tratta di un avvio e non di un tetto massimo.
Una precisazione che arriva mentre, a livello regionale, esplode il dibattito sull’uso dei fondi destinati al Ponte sullo Stretto. Con voto segreto, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato un ordine del giorno che impegna il governo dell’Isola a valutare la destinazione dei 1,3 miliardi di euro di cofinanziamento regionale del Ponte a un piano straordinario di ricostruzione e messa in sicurezza del territorio.
Schifani: “Un paese che rischia di crollare”
Nel confronto istituzionale interviene anche il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani. Le sue parole restituiscono il senso di urgenza: “Ho visto di persona un paese che rischia di crollare davanti a un vuoto enorme. Bisogna rimboccarsi le maniche”.
Schifani riconosce la complessità del momento, anche sul piano politico, ma ribadisce la volontà di individuare le risorse necessarie. Il problema, però, non è solo trovare i fondi: è trasformarli rapidamente in interventi concreti, evitando che l’emergenza si trascini.
Oltre 1.500 sfollati e una frana lunga quattro chilometri
I numeri spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione la gravità della situazione. Il fronte della frana supera i quattro chilometri e ha già costretto allo sgombero oltre 1.500 persone. L’area interessata è vasta, instabile e monitorata costantemente, con il timore che nuove piogge possano accelerare ulteriormente i movimenti del terreno.
Ogni giorno che passa senza un arresto del fenomeno aumenta l’incertezza per chi è rimasto fuori casa e per chi vive appena oltre il limite della zona rossa, con la paura di vedere le transenne avanzare ancora.
L’inchiesta per disastro colposo
Sul fronte giudiziario, la Procura di Gela ha aperto un’indagine per disastro colposo e danneggiamento. Un passaggio che riporta alla memoria quanto accaduto dopo il 1997, quando un’inchiesta analoga si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati.
Ai magistrati spetterà ora ricostruire cosa sia stato fatto – o non fatto – negli ultimi trent’anni in un’area classificata a rischio geologico massimo già dal 2007, e segnata da continui smottamenti, compreso quello del 2019 che portò alla chiusura di una delle principali strade di accesso al paese.
Il nodo della prevenzione e i progetti mai arrivati
Uno degli aspetti più delicati riguarda la prevenzione. Negli ultimi anni, nessuno dei progetti finanziati per il dissesto idrogeologico in Sicilia ha riguardato Niscemi, nonostante la storia del territorio e i segnali evidenti di fragilità.
Un dato che pesa nel dibattito pubblico e che solleva interrogativi sulla capacità delle istituzioni, a tutti i livelli, di intercettare per tempo i rischi e trasformarli in interventi strutturali prima che diventino emergenze.
La promessa e la prova dei fatti
La visita di Meloni a Niscemi segna un passaggio politico forte, costruito su una promessa chiara: niente attese infinite, niente rimpalli di responsabilità, risposte immediate. Ma la distanza tra l’annuncio e la realtà si misurerà nei prossimi mesi.
Per Niscemi, la vera sfida inizia ora: trasformare parole e impegni in case sicure, indennizzi rapidi e opere capaci di fermare la collina che scivola. Solo allora si potrà davvero dire che il 1997 non si è ripetuto.















